Ci sono voluti ben sette anni (circa) per dare un successore al fortunato "A Natural Desaster"; un periodo di tempo davvero lungo, motivato dalla necessità della band di rinnovarsi, di scegliere la strada migliore per il proprio futuro e di partire con una nuova fase di carriera nel migliore dei modi.
Era lecito aspettarsi quindi un disco di rottura, qualcosa che segnasse definitivamente il passo rispetto al passato e che permettesse al gruppo di abbandonare definitivamente la sezione "metal" dei negozi musicali (i pochi rimasti, si intende).
Il disco parte bene: "Thin Air" ha il difficile compito di reggere il confronto con le storiche tracce di apertura del gruppo ("Fragile Dreams", "Deep", "Pressure" devo continuare?) e tutto sommato si difende, forte di un arpeggio azzeccato e di una bella variazione nel finale. La successiva "Summernight Horizon" vede il contributo della ormai arruolata Lee Douglas e il risultato è una traccia energica, dotata di appeal immediato ma anche di una bella atmosfera "solare". Ecco, fin da subito ci si accorge di come questa sia una parola chiave del nuovo corso del gruppo: la malinconia del passato ha in parte lasciato il posto ha una serenità ritrovata, l'atmosfera che si respira è spesso contraddistinta da un velo di positività e -pur senza snaturarsi- il gruppo sembra ora guidato da altre sensazioni da mettere in musica.
Fa eccezione la lenta "Dreaming Light" pezzo a suo modo emozionante anche se piuttosto ruffiano e fin troppo ben impacchettato. Da qui in poi il disco subisce un calo, tra l'altro proprio in corrispondenza dei brani già editi durante questi anni. "Everything" e "Angel Walks Among Us" si confermano brani debolucci e un pò stucchevoli; un pò meglio la lunga "A Simple Mistake" che ammicca con il suo incedere psichedelico ma che sembra non fare proprio centro. "Get Off, Get Out" resta un brano piuttosto anonimo che pesca tra le cose peggiori dei Porcupine Tree e si candida come possibile filler. Il disco si risolleva nel finale: "Universal" è forse il miglior brano del lotto, grazie al suo retrogusto orchestrale, ancora una volta decisamente psichedelico, e a una parte finale decisamente emozionante. Chiude in bellezza "Hindsight" che continua in modo positivo la tradizione dei brani strumentali del gruppo inglese.
"We're Here Because We're Here" mostra un gruppo che, a mio parere, è ancora un cantiere aperto. Gli Anathema probabilmente pagano il fatto di avere lavorato a queste tracce in tempi anche molto diversi tra loro, pagano il fatto di essere nel bel mezzo di una rivoluzione prima mentale che musicale e molto più semplicemente pagano il fatto di avere tirato fuori almeno tre/quattro canzoni decisamente sotto tono. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, anche se per loro è arrivato il momento di prendersi qualche rischio in più altrimenti il futuro non sarà semplice.
autore: IntoTheBlack
CREW'S TOMBSTONES
Beta Librae
[...] Disco che ha richiesto veramente molti ascolti per poter farmene una qualsiasi idea; gli Anathema erano ad un bivio per il sottoscritto: cadere nel dimenticatoio, nel caso di un altro lavoro sulla falsariga di "A Fine Day to Exit" o "A Natural Disaster", oppure farmi venire ancora un minimo di curiosità per la proposta. Venendo al sodo, la quinta e la sesta traccia aggiornano al 2010 la lezione di "Eternity" mentre "Everything" e "A Simple Mistake" sono Anathema al 100% (finalmente!!!) con quelle loro melodie romantiche e toccanti. C'è stata ancora una volta un evoluzione del sound indubbiamente, e mi trovo d'accordo nel definirlo "più solare", ma tralasciando la grandiosa parte centrale, l'album si dimostra deboluccio nella song di apertura e nel trittico di chiusura, soprattutto a causa delle parti vocali. Per favore, qualcuno dica a Vincent Cavanagh di piantarla di voler fare il Thom Yorke della situazione, è VERAMENTE irritante in questi frangenti. [...]
KarmaKosmiK
[...] Un lavoro complesso ed ambizioso questo "We're Here Because We'Re Here", nel quale la band dei fratelli Cavanagh cerca di fare il salto definitivo tra band heavy a band rock. I riferimenti ai Radiohead sono sempre palesi, così come l'appiglio ad "Eternity" risulta essere ben saldo, al fine di evitare rovinose cadute in lidi non conosciuti. Nonostante qualche traccia un po' deboluccia, l'album si dimostra molto valido ed emozionante. Non sempre ho apprezzato le linee vocali di Vincent, ma anche lui si porta a casa la sua pagnotta. Insomma, pur essendo un evidente lavoro di transizione, "We're Here Because We'Re Here" ha delle carti vincenti da potersi giocare. Avvertenza: ricordarsi sempre che non suona più metal. [...]