Posso dire una cosa? Diamanda Galàs non canta. RECITA.
Fatta quest'opportuna precisazione,veniamo al dunque. Potrei stare un'ora a parlare di questa serata, indubbiamente è da catalogare negli eventi che accadono poche volte (o una sola) nella vita. 11 pezzi, 11 viaggi nella psiche. Già dal primo brano si capisce dove la Serpenta voglia portare l'intera sala: accompagnata dal solo pianoforte e completamente al buio tranne una piccola lucina sullo spartito, mette in mostra i suoi famosi acuti (successivamente li limiterà molto, ma arrivateci voi a 54 anni cantando a quel modo...). Chiariamoci, i tempi di "Litanies Of Satan" sono finiti e non torneranno più: la ripetizione mantrica di Baudelaire e gli esperimenti vocali come l'effetto "violino" (perdonate il termine maccheronico) hanno lasciato posto a una decantazione più soffusa, se può essere appropriato questo termine, ma indubbiamente più ragionata, di conseguenza ancor più inquietante in quanto consapevole. Ormai son 15 anni che la Galàs non pubblica album in studio, avendo preferito rilasciare live e un doppio disco di cover blues. Dopo questa necessaria parentesi, voglio mettere l'accento su alcuni passaggi in difonia che mi hanno letteralmente mandato in trance, tanto che temevo per la salute dei miei timpani (è in questi casi che vorrei avere un udito peggiore). Non mi vergogno ad ammettere che in due occasioni le atmosfere, palpabili nella sala, suggestive oscure e riflessive come raramente mi è capitato sentire, hanno portato il sottoscritto vicino alle lacrime. Credo di non aver mai avuto le mani così martoriate dagli applausi in vita mia, oltre ad avere la pelle d'oca per quasi tutto il tempo, come se ripetessi un mantra. Dopo averci deliziato con due pezzi (il quarto e l'ottavo, per i titoli vi rimando alla scaletta) in stile Maria Callas, altri due recitati su un tappeto pianistico di sottofondo influenzato da mostri sacri come Chopin e Schubert, aver miscelato influenze jazz e anni '40 con rielaborazioni di Jacques Brel e di poeti del XIX-XX secolo, veniamo introdotti anche a canzoni tradizionali riadattate come "O Death". Che dire poi della presenza scenica? Diamanda non ha mai parlato, solo sorrisi e inchini. Notiamo ormai l'assenza del suo look molto caricato, al suo posto ne troviamo uno più diretto e, se vogliamo, semplice. Assolutamente perfetta per questo tipo di show: il contrasto tra il silenzio negli intermezzi e i suoi vocalizzi è agghiacciante. L'uso che fa delle tonalità più basse, poi, è sperimentazione pura. Voglio citare obbligatoriamente un passaggio di "Nobody Home", in cui assistiamo a un improvviso salto di 2-2,5 ottave da staccare la testa a tutti i presenti. Per chi temesse il confronto con i tempi elettronici, state tranquilli: la sua capacità d'accompagnarsi è a dir poco sorprendente: sferzante, percussivo, nulla da invidiare a un pianista professionista secondo me. Due bis richiesti a gran voce completano il trip, da cui mi ci vorrà un pò per riprendermi. Assolutamente adeguata l'acustica dell'Aula Magna della Sapienza, davvero una gradita sorpresa: sicuramente avrò modo di saggiarla in altre occasioni.
La Serpenta Canta.
Scaletta:
1) "Anoixe Petra" (Lefteris Papadopoulos/Mimis Plessas)
2) "Fernand" (Jacques Brel/Gérard Jouannet)
3) "Ta fila Sou Eina Fotia (Your Kisses Are Like Fire)" (Mohamed Abdel Wahud/Manolis Angelopoulos)
4) "Oh Death" (Traditional)
5) "Die Stunde Kommt" (Ferdinand Freiligrath/Diamanda Galás)
6) "Amsterdam" (Jacques Brel/Gérard Jouannet)
7) "Nobody Home"
8) "Ta Aeroplana" (Dionysis Savvopoulos/Sotiria Bellou)
9) "Heaven Have Mercy" (César Vallejo/Diamanda Galás)
10) "Amours Perdues" (Joseph Kosma/Georges Neveux) [primo bis]
11) "See That My Grave Is Kept Clean (traditional)" [secondo bis]
autori: Beta Librae