La steppa nera (Darkestrah) ha ripreso ad inondare le valli del Kyrgyzstan, in pieno stile "Sary Oy". L'originalissimo debutto dei Darkestrah aveva stupito, e non poco, per la particolare ventata di originalità che riuscì a portare grazie a strumenti e culture tradizionali di un altro universo, situato al confine orientale estremo della defunta Unione Sovietica.
I Darkestrah hanno abbandonato quel processo di europeanizzazione che avevano assunto dal post 2004, snaturando il sound che tanto gli aveva contraddistinti e diventando quasi un gruppo tedesco sia per scelte musicali che per componenti. Con "The Great Silk Road", si torna indietro nel tempo, nel passato che appartiene alle proprie fiere tradizioni del folklore kirgizo, ma soprattutto ai primi Darkestrah.
Quasi un'ora per cinque canzoni, "The Great Silk Road" scorre con una varietà di arrangiamenti molto particolare. E' sparita quell'oscurità che faceva sembrare le canzoni del gruppo un rituale, avvolgendole in un mistero sciamanico, in favore di un impatto più diretto, che tende ad esaltare gli aspetti pagani affrontati nei testi, con forza prepotente. Non mancano infatti i cambi di tempo repentini a cui i nostri ci avevano abituati, partendo con delle intro mistiche e dei suoni particolareggiati che ricordano steppe disperse, per esplodere poi in un turbinio di suoni; "Inner Voice" su tutte.
A contraddistinguere il suono ancora una volta c'è una presenza non marginale del temir-komz, oltre al cello che risulta sempre uno strumento non comune in questo genere, dosato però con moderazione, oltre alle festose apparizioni dello scacciapensieri.
Migliore canzone del lotto risulta essere "Kary Oy", in cui si riprende a declamare il filone delle vallate, estrapolando degli arrangiamenti da "Kysil Oy". Un auto-plagio oculato che probabilmente avrà i suoi buoni motivi a me sconosciuti.
Riff "festosi", arpeggi di chitarra, momenti introspettivi, su quest'album c'è di tutto. Trovo alcune somiglianze coi Kroda, per la stessa polarità con cui i due gruppi omaggiano la natura e coi Lucifugum, somiglianza quest'ultima accentuata dal fatto che entrambi i gruppi hanno due donne dietro il microfono il cui timbro è decisamente simile.
"The Great Silk Road", non raggiunge i livelli dei Darkestrah più ispirati, ma è assolutamente un album che fa bene in questo periodo di crisi musicale.
autore: Hellequin
CREW'S TOMBSTONES
KarmaKosmik
[...] Titolo affascinante ("la grande via della seta") per un disco decisamente riuscito. Dopo la convincente suite di "Epos", che aveva risollevato le quotazioni del gruppo proveniente dal Kyrgyzstan dopo il deludentissimo "Embrace Of Memory", i Darkestrah riescono nell'impresa di mescolare nel modo migliore i deliziosi inserti folk del debut, con gli affilati riffs di scuola Nargarothiana, al fine di creare brani lunghi ma mai noiosi. Forse qualcosa si poteva togliere dai 18 minuti di "Kara-Oy", ma son dettagli. Ottimo lavoro. [...]