Non me l'ha ordinato nessuno di scivolare ogni volta nella trappola dei Sapthuran, ma è più forte di me e alla fine ci ricasco. Perchè persevero nell'acquisto? Ma soprattutto, perchè Patrick T. Hall non mi accontenta incidendo finalmente un album che io possa semplicemente definire “bello”? No, anche stavolta il risultato è rivedibile, annacquato da uno stile di taglio nordico che non avrebbe nulla di sbagliato, se non tendesse al prolisso.
Come avvenuto in passato, la band aggiusta la mira rispetto alle release precedenti, ma “The Wanderer” non ha nè la classe, nè il dono della sintesi per evitare di diventare inespressivo e un po' tedioso. Diamo la colpa al riffing schematizzato o alle variazioni ritimiche non sufficientemente significative da nutrire i brani. Oppure puntiamo il dito contro la produzione, o le solite volcas insoddisfacenti, ormai sgangherato marchio di fabbrica della band dalle quali, fossi il mastermind della band, cercherei di dissociarmi il prima possibile.
La sostanza è che l'Idea per ogni brano spesso si sente, basterebbe darvi più soddisfazione con qualche momento di respiro nelle strutture compositive, senza mortificarla. Ecco che “Forever a Wandering Spirit”, dal break ritmico un pò bastardo, “Sylvan Winter Madrigal” e il suo taglio simil folk, “Fang of Night" e l'interessante idea acustica dal tono ancestrale, potrebbero spiccare davvero. Un altro esempio? Il riflesso espressivo sofferente del riff di “The Weave and Will of Fate”, destinato a perdersi via via durante lo svolgimento. Si tratta più che altro di citazioni sparse spulciando la tracklist, perchè a mancare veramente sono la capacità e l'estro per reggere minutaggi elevati, che unite alla misura nel comporre, darebbero un senso diverso ad ogni brano.
Non ho mai visto di buon occhio gli album nei quali viene aggiunto del materiale datato per darvi visibilità (Striborg docet). Cosa fanno alla Wraith Productions? Caricano sul corpo già appesantito di “The Wanderer” anche il demo “Call of Wolf” e la bonus track “Astigan Se Beorg". Nulla di male in senso stretto, della qualità si sente, ma la sostanza non cambia. Semmai peggiora, prolungando ulteriormente l'album nel minutaggio totale.
Dovendo definire con una immagine “The Wanderer” così strutturato, direi che assomiglia soprattutto ad un caffè americano: abbondante e diluito.
Mi ero leggermente ringalluzzito con il precedente “To the Edge of Land”, anche se ora lo intravedo sullo scaffale con un bel pò di polvere sopra. Temo che “The Wanderer” possa finire a fargli compagnia.
autore: Zorn