Ricordo bene quanto la Moribund Cult fece uscire la riesumazione di “Wanderings” inquadradondola addirtittura come un post-Burzum/pre-Leviathan, e dando l'impressione d'aver scovato un gioiello unico sopravvissuto silenzioso e intonso per un decennio. Ovviamente quei toni e quei nomi incuriosirono chiunque, anche se il collegamento musicale con essi non si dimostrò poi tanto diretto.
In quel tempo pensai che l'etichetta americana ci stesse facendo un cadeau per dare lustro ad una band morta e persa nei meandri del tempo. Sbagliato: dopo “Wanderings” e “In The Falling Snow” per No Colours, ex demo dei Birkenau, nel 2008 ecco “Requiem”, che può essere considerato l'unico vero album di inediti a nome I Shalt Become, uscito in epoca recente.
Il viaggio non ha cambiato le coordinate della one man band, che porta dal 1996 ad oggi la sua impostazione atmosferica anche in “Requiem”, album simile ad un lungo battito di circa 40 min., raccolta di dieci alitate opache come sbuffi di nebbia che oscurano la visuale per i pochi minuti del brano, per poi dissolversi leggeri lasciando libera la visuale sugli alberi di quel bosco in copertina.
Ammetto di aver provato un piacevole trasporto fin dai primi approcci al disco, arrivando anche ad addormentarmi con esso cullato da un percorso musicale “ovattato”, malinconico, a tratti ansioso ma anche confortevole. Mi rendo conto però che una considerazione di questo tipo ppuò gettare un'ombra sull'interesse e la longevità di un disco che dovrebbe risvegliare le sensazioni, non addormentarle. Forse il bivio nella valutazione di “Requiem” è proprio in questo: sposare l'estrema compatezza della musica arrivando con calma ad assaporarne le differenze, vivendola nella sua completezza che viaggia tra l'onirico, l'enigmatico, l'oscuro e il macabro. Oppure fermarsi alla superficie e dare maggior peso al fatto che l'andamento dei primi pezzi, potrebbe assomigliare a quello dei conclusivi.
Con la dovuta pazienza si potrà giocare a sganciarsi dai limiti corporei usuali con “An Atteridgeville Horror”, ci si lascerà avvolgere dall'enigmatica “Enigma”, collegando idealmente la copertina di “Hvis Lyset Tar Oss” al titolo “The Corpse In The Forest” e al suo senso di abbandono e desolazione. Le doti di “Requiem” sono nella profondità dei suoni, nei vocalizzi distanti annegati nella sezione strumentale, fino alla produzione anche questa volta estremamente curata, ma meno d'eccellenza rispetto a quella di “Wanderings”. Non escludo che qualcuno possa trovare dei rimandi ai Vhernen di “Vhernen”, senza per questo fare un parallelo diretto tra le due band, che sarebbe completamente fuori luogo per più motivi.
Non ho considerato un genio S. Holliman nel 2006, non ho intenzione di farlo ora, però il suo stile ha qualcosa di affascinante. “Requiem” è stratificato, dilatato, avvolgente, fumoso oltre che meglio strutturato di “Wanderings”. Se questo può bastare, sarà un acquisto che premierà.
autore: Zorn
CREW'S TOMBSTONES
Duke Fog
[...] Con "Requiem" I Shalt Become ci introduce in un mondo di nebbia dandoci diversi umori, troviamo momenti in cui si è a proprio agio ed altri dove si avverte un netto distacco, questa è un arma vincente che rende il disco un'esplorazione interiore priva di alcuno senso di violenza. "Requiem" fa rimanere sospesi da qualche parte non precisata, il suo lavoro lo fa dannatamente bene. [...]