Data la loro origine illustre, leggasi quei Lunar Aurora di cui rappresentano una costola, immagino siano stati molti coloro i quali si sono avvicinati ai Mortuus Infradaemoni per semplice curiosità. Altri lo avranno fatto per capire cosa si celava dietro ad un monicker d’impatto, altri ancora (quelli a me meno simpatici) saranno stati spinti dal più patetico dei “worshipping” per l’ennesima etichetta a cui viene affibbiata l’aura di culto.
Sarcasmo polemico a parte, se al tempo di “Daemon Qui Fecit Terram” si poteva criticare la band per il suo essere caotica, non altrettanto è giusto fare ascoltando il nuovo “Imis Avernis”, che mostra sensibili miglioramenti sotto il profilo della pura e sempre intelligibilità musicale. Ad oggi è difficile non notare i passi in avanti mossi dal duo sotto più punti di vista, nei suoni fottutamente nordici in primis, finalmente in grado di rendere il lavorio indefesso delle chitarre più chiaro, meno confusionario, dando finalmente merito ad una sezione ritmica che potrei definire con un francesismo “caga-riff”.
Il bello di “Imis Avernis” è proprio questo produrre note su note senza soluzione di continuità, spinte a velocità molto decise ma non sempre forsennate, spesso unica struttura portante di brani simili a quelle lunghe accelerazioni che di solito fanno da affondo nei brani black metal più canonici. Il resto è perizia esecutoria di ottimo livello (direi scontata dati i soggetti), impalcature musicali né troppo semplici, né eccessivamente cervellotiche o estremizzate, e un uso attento di tutte le componenti in grado di rendere furente ("Darkland"), diabolico ("Doresh El Ha'metim") e glaciale ("Mortuus Et Prodeunt Infradaemoni") un disco black metal. In questo contesto si districa uno stile vocale leggermente atipico, quasi di contorno, cupo e talune volte semi sfumato, che deve parte del suo fascino anche ai titoli in latino, cioè uno dei mezzi più classici per evocare le forze del male secondo l’immaginario metal.
Devo citarvi un high light del disco? Gli undici minuti senza sosta di “Der Tod”.
Vogliamo muovere una critica? Facciamolo verso la mancanza di misura di alcune partiture, che leggermente riviste renderebbe più scorrevoli alcuni svolgimenti musicali insistiti.
A chiunque si avvicini a “Imis Avernis” consiglio pazienza, prestando attenzione costante durante gli ascolti, perché solo così si potranno cogliere completamente le sue piccole, ma importanti sfumature. Credo che se elaborati ed evoluti ulteriormente anche nel prossimo album, i miglioramenti attuali permetteranno sicuramente ai Mortuus Infradaemoni di viaggiare sempre più svincolati dalle loro impegnative radici musicali, che inevitabilmente creano attese ed aspettative a priori.
autore: Zorn