Non so da dove iniziare il commento dell’atteso ritorno di una band particolare, quei Velvet Cacoon famosi anche per l’essersi definiti ecofascisti (?) ed aver forgiato uno stile musicale che col tempo ha fatto qualche proselite (Procer Veneficus soprattutto). Trattandosi di un’entità musicale abbastanza eclettica, se vogliamo col piglio tipico dei precursori, oggi si ripropone discostandosi senza problemi dall'unico full che voglio ricordare dalla loro discografia, cioè il per me basilare “Genevieve”. Considero infatti “Northsuite" un complemento apprezzabile in memoria del loro primo periodo, e "Dextronaut" una prova d'amore (evitabile) verso la band, creata riesumando materiali di seconda mano, ed uscita per un'etichetta storica più simile ad un morto che cammina.
Il mio imbarazzo deriva dal fatto che i Velvet Cacoon 2009 si mostrano fangosi in maniera inaspettata, sempre votati ad aspetti atmosferici avvolgenti e cupi, ma sostanzialmente più vicini al doom che a qualsiasi altro genere estremo, soprattutto per l’andamento cadenzato, monolitico e saturo dei pezzi. La maggior parte dei passaggi di “P aa opal poere pr.33” hanno un incedere sporco quanto la produzione, drumming pastoso, e quel basso che ondeggia volutamente di brano in brano tra primo e secondo piano in fatto d'importanza, riprendendo l’andamento di un mare che pare cullare l’equipaggio del galeone in copertina. Purtroppo, questo approccio mi ha da subito dato l'idea di faticare a decollare, qui sta sostanzialmente l'inghippo.
A guardarlo, l'album andrebbe acquistato per avere tra le mani la confezione particolare che lo racchiude (formato 7”), proposta ad un prezzo “equo e solidale” dalla Starlight Temple Society, tanto da sembrarmi irreale se accostato ad un album nuovo di zecca. Non che due variabili tali possano rendere di colpo favoloso un disco, ma come fan sfegatato mi hanno confortato durante i primi ascolti, aiutandomi a pazientare mentre i brani mostravano molto lentamente le loro sfumature, restando comunque difficili da difendere completamente senza scendere nella pura e semplice passione per il duo, o per il già citato doom, dove ho il dubbio fondato si possano trovare band ben più significative entro gli stessi solchi.
Considerando ogni attenuante del caso, la latente mono tematicità generale di “P aa opal poere pr.33” la sento evidente, malgrado l'apprezzabile sensazione di oscurità calata dal mantello nero dell'opener "2", le linee melodiche di basso che trainano "Marylux" o le punte oniriche e visionarie in “Aventine”. Potrei perdermi in ore di divagazioni sulla necessità di dimenticare gli esordi black metal, ma sarebbe come cercar di convincere qualcuno che “Cristo è morto di freddo”. La realtà è che “P aa opal poere pr.33” richiede ai suoi fidati marinai un investimento in termini di attenzione all’ascolto, non del tutto ripagato. Io lo trovo tendenzialmente troppo melmoso e nel complesso unidirezionale in una maniera che alla lunga potrebbe stancare molti, pur comprendendone i caratteri così chiaramente deliberati.
“P aa opal poere pr.33” lo ascolterò, questo è certo. Probabilmente varie volte, ma i tempi in cui i Velvet Cacoon mi impastavano la testa con il ronzare dinamico delle loro atmosfere si è allontanato, e lo rimpiango. Forse sono troppo esigente, ma per il sottoscritto questo è quanto... ahimè.
autore: Zorn