Il ritardo che vede questa recensione presentarsi online è dovuto al tempo che il sottoscritto ha impiegato prima di assimilare e, forse, capire a fondo questo nuovo lavoro targato Ad Hominem. Ricordo che appena uscito il disco non era riuscito a stuzzicare il mio interesse più di tanto, negativo o positivo che sia, lasciandomi più che altro un senso di sterilità preoccupante. L'aver accantonato l'album per qualche tempo ed esserci ritornato sopra successivamente credo sia stato un bene, anche perchè è giusto essere sempre il più seri e professionali possibile quando si rendono accessibili agli altri le proprie impressioni su un album, dietro al quale in ogni caso si cela una mole di lavoro non indifferente portato avanti dai musicisti, indipendentemente poi che il disco in questione riesca a far breccia in maniera positiva o negativa nell'ascoltatore. A posteriori, una recensione sbrigativa da parte del sottoscritto sarebbe stata oltremodo ingiusta nei confronti del progetto guidato da Kaiser, perchè dentro questo "Dictator" ho scoperto ben più di quello che avevo inizialmente visto.
Pur possedendo i loro lavori fino a "Climax Of Hatred", a tutt'oggi considero "A New Race..." il picco qualitativo del francese, il disco che preferisco all'interno della sua non vastissima discografia. Il recente mini rilasciato dall'italiana Avantgarde Music, "Theory 0", per quanto mi riguarda non aggiunge praticamente nulla alla storia della band, più che altro è servito a far capire che la band è ancora in attività dopo alcuni anni di silenzio: silenzio rotto con l'uscita di questo nuovo album "Dictator - A Monument Of Glory", rilasciato dalla tedesca Darker Than Black sia in digipack che in slipcase.
Dopo l'intro "In Power", la titletrack ci catapulta immediatamente all'interno del nuovo corso Ad Hominem, perchè di nuovo corso possiamo parlare. Pur rimanendo in ambiti estremi, il sound è decisamente un altro rispetto al passato, dove si rimaneva più ancorati a degli stilemi classici: Ad Hominem 2009 invece sono un'entità più cattiva, più fredda, più violenta, e la produzione rende questa cattiveria chirurgica, marziale, come se la band fosse passata dalla mazza chiodata al panzer, tanto per rimanere in tema di armi "black metal". Il titolo dell'album penso sia perfetto per il senso generale che avvolge questo disco: un lavoro dittatoriale, inquadrato, militare insomma. Se le parti lente sono comunque pesanti, le parti veloci di questo disco sono un qualcosa che ti spazzano via dalla faccia della terra: molti gruppi ben più famosi che viaggiano alle stesse velocità non riescono a sprigionare la violenza militarizzata degli Ad Hominem di questo disco, dove anche i titoli (e i testi) aiutano a renderlo un vero e proprio manifesto dell'odio. Vari intermezzi ambient, cori da marcia militare e un certo modo di cantare i ritornelli poi non fanno che aumentare il senso "guerrafondaio" che si può dare all'album, la titletrack e "Slaves Of God" ne possiedono tutti i connotati per spiegare quello che intendo.
Metto subito in chiaro le cose dicendo che "The Encomium Of Terror" è IL pezzo di questo album, nonchè una delle canzoni più belle sentite dal sottoscritto negli ultimi tempi. Nonostante i suoi oltre sei minuti e mezzo di durata, potrei sentirla in loop per una giornata intera, perchè lascia veramente il segno soprattutto nella seconda parte, dominata da un riff tanto classico quanto sapientemente abile nel portarti via lo scalpo, con l'aggiunta di tastiere oscure che creano un finale degno del miglior paesaggio post-apocalittico. La canzone poi è bene o male il riassunto dei punti vincenti di questo disco: lavoro chitarristico freddo, chirurgico, senza per questo rivolgersi a chissà quale innovazione, e un lavoro dietro le pelli a tratti mostruoso. Questo fa capire come avere un batterista con le palle quadrate sia fondamentale per ottenere un risultato al top, e in questo caso si può dire che il lavoro di Thorns (già nei Deathrow) è un qualcosa di eccellente, per velocità e arrangiamento.
"Chambers Of Hate" puzza quasi di industrialoide, o moderno se vogliamo, per via delle ritmiche, e devo dire che non risulta essere un passaggio sbagliato, anche se la parte centrale che vira leggermente sul classico è decisamente una spanna sopra il resto. "Solitary Supremacy" bene o male si muove sugli stessi connotati stilistici, ed ha dalla sua una seconda parte basata sullo stesso pezzo di testo e serie di accordi ripetuti fino alla conclusione, capaci di creare un'atmosfere fottutamente velenosa. In mezzo a questo vento della novità, una "Zog Is Dead" è forse quanto di più vicino ad un certo passato di Ad Hominem, forse più concettualmente che musicalmente, e il suo ritornello di certo farà breccia nella frangia più oltranzista dei blackster politicamente schierati. Anche in "Total Volkermord" sono presenti certi cori che a lungo andare non incontrano i miei favori, ma devo dire che ascoltare il modo in cui viene devastata la batteria riesce a distogliermi molto bene da questo pensiero.
Dopo moltissimi ascolti, devo quindi fare mea culpa e rivedere il mio giudizio su un lavoro che in maniera troppo frettolosa avevo giudicato sterile: pur reputando la prima parte di questo "Dictator" una spanna sopra la seconda, non posso non promuovere in maniera positiva un album di questo tipo, ottimo manifesto di una band che ha deciso in qualche modo di rimettersi in gioco musicalmente senza dover rinnegare totalmente il proprio background e ottenenddo risultati di un certo livello.
autore: Ceska Zurivost