La tempesta di neve che scatenarono i norvegesi Malignant Eternal con il loro debut album "Tarnet" fu talmente furiosa che rimasi rapito da questa band all'epoca della loro comparsa. Per questo comprai a scatola chiusa questo secondo album, "Far Beneath The Sun", che si presentava ai miei occhi con una copertina così differente che forse in qualche modo dovevo capire il processo di cambiamento (o evolutivo, in base a quelli che sono i vostri canoni) intrapreso dalla band. La grandiosità del black metal puro è rimasta circoscritta a "Tarnet", e da questo album di cui vi sto parlando i Malignant Eternal iniziano a spostare il tiro verso quello che sarà il sound della loro ultima release, il terzo album "Alarm".
Il titolo di per se indica la via della band che sembra preferire, alla violenza oscura precedente, un approccio spaziale, vagamente sintetico, leggermente atipico rispetto al black metal classico. L'opener "The Reaper" inizialmente può essere fuorviante, visto il riffone thrash posto in apertura e la tirata black che lo segue, ma già nella seconda parte l'atmosfera che si delinea è decisamente differente, e esplica il nuovo mondo descritto dai norvegesi nelle nuove song. Complessivamente le atmosfere sono meno caotiche, con molte parti ragionate, sia per via di una ritmica meno veloce e sia per i suoni, meno aperti, più scarni ma più nitidi e professionali. I suoni di tastiera creano passaggi dal sapore "futuristico", nonostante il testo sia degno di una band thrash o degli Iron Maiden. Già la successiva titletrack mostra anche a livello lirico un approccio più in linea con il nuovo corso, con chiari riferimenti a questioni umane riferite al cosmo, pur se tutto in maniera semplice. Il break centrale è pura solitudine siderale se vogliamo, e la parte ambient finale rievoca immagini di passeggiate lunari. Se "My Empire" si può accostare a questo discorso, anche se contiene alcuni momenti di ricercatezza sonora quasi "progressiva" che sfociano in un finale toccante, "Prelude To Inferno?", dal testo più classico se vogliamo, a tratti può sembrare un pezzo heavy metal, sempre senza disdegnare momenti di pura atmosfera. E' "A Stonecold Heart" che mi lascia di stucco, trattandosi di un breve strumentale di chitarre acustiche che sembra uscito da un album degli anni '70, incredibile! "Daemon Song" invece ritorna su lidi più potenti, con varie sfuriate, ma le tastiere in primo piano e le chitarre continuano a mantenere il tutto distante dal classicume, ma è "Carpathian Stardust" che ricopre il ruolo di capolavoro dell'album: uno strumentale di quasi quattro minuti pregno di atmosfera plumbea, notturna, e durante l'ascolto riesco a materializzare nella mia mente immagini del cielo notturno stellato visto dai Carpazi, con le sagome di quelle che potrebbero essere astronavi che si avvicinano al nostro pianeta, una roba da trip insomma.
Non è stato semplice apprezzare questo album: la mia intrinseca ottusità mi porta ad avere difficoltà nell'approcciarmi con band che cercano di spostare il tiro in un contesto black metal, eppure dopo ascolti attenti e ripetuti, non posso negare la qualità e la bonta di questo disco, dove l'atmosfera è spesso vincente per la sua tangibilità. Certo, alcuni passaggi forse non sono perfettamente amalgamati e sembrano quasi forzati nel voler essere distanti dal sound di partenza della band, ma se andiamo poi a considerare in cosa sono sfociati col successivo "Alarm", è normale l'acerbità riscontrata, e soprattutto mi tengo stretto questo "Far Beneath The Sun" perchè il capitolo successivo è stato veramente troppo anche per il sottoscritto.
autore: Destroyer