Per chi non se ne fosse accorto, e visti i riscontri che girano per il web, direi pochi, gli americani One Master sono una di quelle band che sguazzano nel sommerso dimostrando coi fatti una certa solidità e abilità compositiva, restando però nel sostanziale silenzio.
Se il precedente “Forsaking a Dead World” era un disco estremamente “suonato”, creato sulla base di vari riff ben costruiti e di gusto, con un occhio alla velocità, alla violenza e all'attitudine, questo “The Quiet Eye of Eternity” spariglia il gioco puntando più sull'essenzialità delle strutture, mirando a sensazioni che hanno a che fare col freddo e l’atmosfera, mediante uno stile ancora più “norse”. Credo sia per questo motivo che il quartetto abbia puntato su una produzione essenziale e meno fine, impastando un muro di suono meglio sposabile con il concetto di neve, creando un'atmosfera corposa e compatta quanto un vento fastidioso che spacca le labbra.
Una prova di capacità da un combo a cui è ben chiaro il significato della dicitura black metal, che nel caso di “The Quiet Eye of Eternity” trova uno dei suoi momenti migliori nella seconda parte di “The Destroyer”, divisa a metà soltanto formalmente data l’evidente contuinuità di questi quattro più quattro minuti coerenti tra loro, ma allo stesso tempo abbastanza variegati. Il picco però si raggiunge con “The Wanderer”, traccione emblematico fatto di velocità, furia, riflessi gelati del riffing e un'ammaliante tema di fondo che ha quasi dell'epico. Un culmine innegabile dell'attitudine nordica del disco, colta con l'accelerazione finale accennata da un iniziale tema più rallentato che gradualmente si carica di potenza, per poi esplodere nel fragore di un'accelerazione cieca, troncata di netto sul finale, e che lascia immaginare un lungo vagabondare solitario di un viandante che non teme l'assideramento.
Come nel caso del precedente album, l'unica cosa che rivedrei davvero è la voce, un po' troppo sporcata e “inacidita”, così come critico sicuramente la finale "Fields of Ruins", un mezzo filler a confronto delle altre sorelle, in grado di riprendere per fortuna coraggio e forza sul finire con l’aumentare graduale del feeling .
Non so dire se il fatto che la band esca sempre auto producendosi sia una scelta voluta, o un fare buon viso a cattivo gioco, però è da due album di fila che questi americani si presentano sul mercato da soli, forti di una solida qualità musicale che credo meriti qualche attenzione in più.
autore: Zorn