Nell'ambito della discografia di Burzum, accade spesso che, sia "Dauði Baldrs" ed il successivo "Hliðskjálf", siano quasi sempre da considerare una sorta di figli minori dell'artista, se non proprio dei bastardi veri e propri. Una delle argomentazioni più gettonate a sostegno di questa tesi è la bassa qualità dell'ambient proposto da Vikernes, sia in fatto di suoni che per idee compositive, e che il vero ambient è tutta un'altra storia. Parole sacrosante certo, ma spesso si dimentica di come e dove sono stati registrati. Sfido chiunque a comporre e registrare qualcosa in tali condizioni detentive, che nel caso di Varg sono state piuttosto dure, ed uscirne con un lavoro professionale. Nel caso di "Dauði Baldrs" venne permesso a Vikernes di poter utilizzare solo una semplice tastiera, vietando in toto la disponibilità di qualsiasi altro strumento, tra cui anche il microfono, probabilmente perchè preoccupati dal suo nascente interesse per il paganesimo scandinavo ed il nazionalismo norvegese. In effetti, "Dauði Baldrs" risente moltissimo di tutto questo, sia per la scarsa produzione e natura dei suoni, che per la storia che esso racconta, ossia la morte del dio Baldr.
L'apertura del disco parte proprio dalla morte del dio ad opera del perfido Loki ("Dauði Baldrs"). Baldr era considerato immune a qualsiasi cosa, e veniva spesso organizzato una specie di gioco dagli dei, nel quale venivano lanciati sassi, frecce e quant'altro per mostrare la sua immunità. Loki, geloso di Baldr, riesce a scoprire con l'inganno dalla madre di Baldr, Frigg, che l'unica cosa che poteva ferirlo era il vischio. In seguito, durante una di queste "sedute", Loki convince il fratello cieco di Baldr, Höðr, a tirare anche lui qualcosa addosso al fratello. Guidato dal malvagio dio, Höðr lancia una ramo di vischio a mo' di freccia, uccidendo Baldr all'istante. Nel descrivere questo evento, Varg opta per una semplice linea melodica ripetuta di continuo, fatta di suoni sinfonici dalle tinte soffuse e drammatiche, che cresce lentamente di intensità, e poi chiudere con un delicato suono di carillon. La successiva "Hermoðr Á Helferð" (Hermodr nel viaggio verso Hel) descrive con poche note di piano ed un violino dal vago sapore folk, il viaggio del dio Hermodr verso Hel nel tentativo di riportare Baldr nella terra dei vivi. Hermodr giunge alfine al ponte d'oro Gjallarbrú, dove incontra la guardiana Móðguðr, che racconta di aver già intravisto Baldr attraversare il ponte che immette nella dimora dei morti. Nel frattempo, gli dei prendono il corpo di Baldr e lo trasportano nella nave Hringorni, la più grande di tutte, per celebrare il suo ultimo viaggio. Ma la nave è immobile, impossibile da smuovere dalla sua posizione di stasi. Odino ordina di chiamare la gigantessa Hyrrokin, la quale riesce nell'impresa sferrando un colpo sulla prua. Tutto questo viene musicato nella terza traccia "Bálferð Baldrs", nella quale regna una atmosfera lenta e solenne. Tornando ad Hermodr, egli riesce a strappare ad Hel la promessa di rilasciare Baldr, solo se tutti gli esseri viventi avessero dimostrato il loro attaccamento al dio con un lungo e doloroso pianto. "Í Heimr Heljar" (nella casa di Hel) descrive questo evento con dei tamburi orribilmente sintetici e delle sonorità marziali oggettivamente poco interessanti. Gli dei mandano messaggeri in ogni parte della terra, affinchè si realizzi la richiesta del dio degli inferi. Tutti accettano tranne una gigantessa chiamata Thanks, la quale piangerà solo lacrime asciutte per Baldr, condannandolo di fatto a rimanere bloccato in Hel. "Illa Tiðandi" narra proprio questo dilagante dolore che coglie tutti gli esseri della Terra, solamente con poche note di piano ed un synth di sottofondo. Nella sua semplicità, l'impatto sonoro\visivo è fortissimo. Chiude "Móti Ragnarokum", la fine di un mondo che ne genera un altro.
E' chiaro che dal punto tematico, il disco è molto ricco di spunti e situazioni prese dalla mitologia scandinava, ulteriormente spiegati e raccontati nel booklet, ma che spesso non riescono a trovare un buon raccordo con la parte musicale. Per esempio, trovo molto bella la seconda traccia "Hermoðr Á Helferð", ma spiegazioni alla mano, non riesco a vedere alcun collegamento tra le due cose. Tralasciando l'aspetto prettamente lirico, a livello musicale ci sono delle buone idee (nuovamente "Hermoðr Á Helferð" e "Illa Tiðandi"), ma anche cose piuttosto insapori ("Í Heimr Heljar" e "Bálferð Baldrs"). Insomma, "Dauði Baldrs" un disco con qualche luce e diverse ombre, un lavoro sicuramente acerbo, oltre a che risentire fortemente delle varie vicissitudini personali del suo compositore. Ritengo nettamente superiore
il successivo "Hliðskjálf", ma questo opera prima ambient del Conte non è assolutamente da disprezzare in toto.
autore: KarmaKosmiK
CREW'S TOMBSTONES
Ceska Zurivost
[...] Definito da molti come un piccolo gioiello di musica ambient neoclassica, questo primo album registrato in carcere da Vikernes è, per quanto mi riguarda, uno dei lavori più sopravvalutati della storia musicale. Musica spicciola e semplice, innalzata a gran lavoro solo per il logo impresso sulla copertina. Una vera e propria mancanza di rispetto nei confronti di musicisti ambient capaci di creare lavori di spessore unico ma relegati a situazioni di nicchia [...]
Destroyer
[...] Non basta ricordare che l'album è stato registrato in un carcere per giustificare la pochezza compositiva in esso contenuta. Carino si, simpatico si, ma a conti fatti pure speculazione commerciale. Spero almeno il conte sia riuscito a vedere qualche lira con le vendite per comprarsi una tastiera decente [...]