L'uscita del precedente "Revelations Of The Black Flame" aveva prodotto tante parole. Tante chiacchiere, tanti messaggi sui forum, sui blog, su ogni fottuto social network a disposizione dell'essere umano. Tutti hanno avuto la facoltà di dire il proprio pensiero su quel disco, così particolare e fuori luogo in un percorso musicale inquadrato e, sulla carta, duraturo negli anni come quello dei 1349. Forse nessuno si sarebbe aspettato una virata di stile simile dalla band norvegese, eppure quel disco ha scosso e fatto incazzare molti estimatori del combo di Frost e soci, dichiarandone anzitempo la fine e ricoprendone di merda fumante anche il recente passato. In effetti è stato difficile accettare quel "Revelations...", superare l'impatto emotivo lasciato dall'ascolto di un album che in meno di trequarti d'ora cancellava il mondo infiammato e distruttivo costruito con i 3 precedenti lavori, capaci di lasciare il segno in maniera decisa ed elevare il progetto 1349 ad uno dei pochi esempi norvegesi di musica oscura associata ad un certo tipo di coerenza concettuale. Evitando di commentare l'oggetto dello scandalo (che trovate recensito qui) e su cui ognuno si sarà fatto la propria opinione, mi preme sottolineare però come la prima idea che mi ha attraversato il cervello al primo ascolto si è rivelata quasi esatta: ero convintissimo che quella netta differenza stilistica poteva essere un modo per concludere un contratto, un rapporto non più positivo con la Candlelight, evitando di farlo con qualche inutile best of, o di farlo regalando alla label un album di alta qualità. Ora, non sta a me dire se un ragionamento simile è corretto o meno, anche se non si possono mettere sullo stesso piano un album sperimentale e un best of, ma quel che conta è che nemmeno un anno dopo i 1349 sono tornati in pista con un nuovo lavoro e, come volevasi dimostrare, un nuovo contratto discografico che li vede accasati presso la connazionale Indie Recordings.
"Demonoir" è il titolo scelto da Ravn e soci per questo nuovo lavoro, e mai titolo fu più azzeccato per quanto mi riguarda. I 1349 sono tornati, e lo fanno con quello che probabilmente è il loro miglior album. Non vorrei passare per eretico, ma "Demonoir" raggiunge le vette di intensità, distruzione e rabbia di "Hellfire", e aggiunge al contesto infuocato della band un qualcosa in più di sinistro, morboso ed oscuro che tende a rendere il sound dei nostri praticamente perfetto. Al contrario di "Hellfire", questo nuovo lavoro magari non ha quell'immediatezza che ha permesso alla maggior parte dei pezzi di insinuarsi subito nell'ascoltatore, ma posso assicurarvi che dopo un'attenzione speciale fatta di ascolti su ascolti (praticamente non ho ascoltato altro negli ultimi tempi) sarete avvolti dal drappo infernale di questo disco, dal pulsare bestiale e maligno di un mostro sonoro indistruttibile.
L'ambient\doom di "Revelations..." è ancora presente, ma stavolta funge da intermezzo-melma usato tra un pezzo e l'altro quasi a voler rappresentare il disco come un viaggio senza pause invece di una serie di tappe. E "Demonoir è proprio un viaggio nell'oscurità, in un mondo che raccoglie i gironi infuocati dell'Inferno dantesco e li popola delle anime dei morti dell'Ade della tradizione romana. I vari "Tunnel Of Set" disseminati tra le canzoni vere e proprie sono dei preamboli funesti, delle maree nere, degli intermezzi oppressivi che fanno assumere a "Demonoir" i connotati di un viaggio lungo un fiume di sangue e lava, traghettati da Caronte verso l'epicentro del male. E sgomberiamo il campo immediatamente da qualunque critica: questi intermezzi o come li volete chiamare, sono perfettamente integrati all'interno dell'album e ne costituiscono parte integrante nell'economia generale, quindi eviterei considerazioni negative per partito preso. "Atomic Chapel" è il vero e proprio ritorno dei norvegesi nel mondo del metal distruttivo, una song che rimette tutti i tasselli al proprio posto: chitarre laceranti come motoseghe impazzite, drumming furioso, atmosfere devastanti e dall'alto tasso ustionante, con il solito Ravn a decantare il diavolo. Un semplice pezzo mostra l'ennesimo miglioramento (se mai ce ne fosse stato bisogno) della band, che raggiunge un livello eccelso sotto tutti gli aspetti. Il lavoro chitarristico di Archaon è subito riconoscibile, con quel suo tocco personale e unico nonostante le nette influenze Celtic Frost, e soprattutto Slayer in questo disco (e date un'occhiatata alla copertina dell'edizione digipack in questo senso...), che non ha mai nascosto. Il riffaggio è incallito, tagliente, ed egregiamente supportato ritmicamente parlando dal basso di Seidemann, che stavolta esce emerge molto di più nella produzione secca che da sempre contraddistingue i loro lavori, rendendo il tutto più completo. Il drumming di Frost è incommentabile, in quanto capace di stupire ogni volta di più per velocità ed intensità, tra sfuriate incontrollabili intervallate da passaggi mid-tempo dove la doppia cassa è a tratti incontenibile tale è la sua prepotenza, il tutto condito da rullate velenosissime al limite del concepibile: inarrivabile. Le strutture delle song, pur rimanendo semplici e di impatto, denotano ottime qualità in fase di composizione ed arrangiamento, con vari cambi di tempo a supportare uno scambio continuo di ritmiche serratissime e riff poderosi, il tutto unito in maniera molto fluida, come si può sentire anche in "When I Was Flesh" o nella allucinante "Psalm 7.77", una scheggia impazzita che si può volgarmente descrivere come un pezzo degli Slayer suonato quattro volte più veloce e più intensamente, per una resa sonora maledettamente malvagia.
Il dettaglio che non fa mettere allo stesso livello sin da subito "Demonoir" ed "Hellfire" è la presenza, sul disco del 2005, di canzoni dotate di un appeal particolare nonostante lo stile terribilmente violento, come una "I Am Abomination", ma penso anche a "Nathicana" e la stessa "Hellfire", canzoni che per un motivo o per l'altro avevano un qualcosa di immediato, dei singoli usando un eufemismo sconsiderato. In "Demonoir" queste canzoni ci sono, ma necessitano di più tempo per essere capite, come tutto l'album: puro 1349 sound dall'inizio alla fine, ma ancora più spesso, ancora più corposo e profondo. Ed ecco che dopo qualche settimana "The Devil Of The Desert" si piazza accanto alle sue sorelle più anziane per intensità, oscurità, cattiveria, e per quel maledetto riff che compare dopo circà mezza canzone, ripreso alla fine su ritmiche indiavolate improvvisamente sovrastate da un pianoforte impazzito, suonato per l'occasione dal pianista canadese Tony Caputo. I 1349 osano, puntano alla sublimazione totale, e lo fanno nel pieno delle loro facoltà. Basta ascoltare la prova di Ravn, più maledetto del solito, che impreziosisce quasi tutte le composizioni con variazioni sul tema (perfetti i cori in voce pulita bassissima su "Atomic Chapel") che aggiungono il tocco finale ad un disco sinistro, malvagio, sulfureo, opprimente e distruttivo. Molto bello l'artowrk, con una serie di foto scattate negli studi di registrazione, rese 1349 in tutto e per tutto, tanto semplici quanto stupende.
Per chi è interessato anche all'aspetto più nerdistico, l'edizione limitata in digipack contiene un bonus cd con le cover dei Morbid Angel ("Rapture"), Exodus ("Strike Of The Beast") e Bauhaus ("Nerves") che trovo ininfluente commentare, tranne che per "Rapture", capace di far tremare anche gli stessi floridiani tanta è la furia con cui viene eseguita.
I am your desire, your deepest wish and greatest fear... I am your nightmare... Il resto sono solo chiacchiere.
autore: Ceska Zurivost