"Hammerheart" è l'album fondamentale per capire quel trend che negli ultimi anni ha riscosso un successo sempre maggiore e risponde al fenomeno di Viking metal. A distanza di vent'anni esatti dalla sua uscita, sono ben pochi i lavori che si sono avvicinati, dal punto di vista qualitativo ed emotivo, al quinto lavoro della discografia di Quorthon.
Gli ingredienti che compongono il sound di "Hammerheart" non sono poi così tanti: riffs maestosi ed imponenti, dinamiche marziali e incalzanti, atmosfere cariche di pathos e drammaticità accompagnate da cori eterei. Ma la caratteristica fondamentale che eleva l’album ad un livello superiore è l'alto coinvolgimento emotivo che riesce a sprigionare sin dai primi ascolti: la musica solenne ed intensa, le chitarre poderose e vibranti e l'inimitabile timbro vocale di Quorthon (l'intonazione talvolta incerta invece di risultare un difetto regala brividi in più perchè racconta tutta la spontaneità irrefrenabile di questo artista) formano quell'unicum che ha dato vita ad un album immortale. Il cambiamento si era già fatto vivo con il predecessore "Blood Fire Death" ma è qui che, a mio avviso, Quorthon raggiunge l'apice compositivo di quel sottogenere al quale stava inconsciamente dando vita.
Sin dall’opener "Shores In Flames" veniamo catapultati nel bel mezzo di un attacco da parte delle orde vichinghe dopo un tumultuoso e difficile viaggio in mare: drumming pressante, fraseggi massicci e travolgenti che ricalcano l'impeto delle onde si abbattono senza pietà come i guerrieri scandinavi, dominando per tutta la durata di uno dei pezzi più belli dell'album, in grado di regalare una scarica d’adrenalina pazzesca. In “Valhalla” le chitarre rocciose ed epiche sono avvolte da cori e atmosfere eteree, creando così un contrasto che intensifica ulteriormente le emozioni sprigionate da un brano dotato di un continuo crescendo. Non c'è un pezzo debole nell'album né cali di tensione: ”Baptised In Fire And Ice" e "Father To Son" formano la coppia più infuocata e aggressiva del lavoro ma sempre arricchita dai toni gloriosi e incitanti dei cori. La breve "Song To Hall Up High" è uno dei momenti più toccanti e struggenti del lavoro: un arpeggio delicato e pregno di melanconia accompagna le vocals appassionate di Quorthon mentre intona un'invocazione ad Odino. “Home Of Once Brave" si mantiene sulle coordinate stilistiche dei pezzi precedenti nonostante sia caratterizzato da un mood più tetro e angosciante. Ma un’ ulteriore caratteristica che ha reso celebre “Hammerheart” è sicuramente “One Rode To Asa Bay”, ormai manifesto del Viking metal. Mi sembra quasi “dannoso” e superfluo spendere delle parole per questo pezzo dal momento che quasi tutti i seguaci di Covenatzine lo avranno sentito almeno una volta. La traccia, che affronta la tematica dell’invasione cristiana della Scandinavia e il relativo annientamento delle tradizioni locali, è pervasa per tutta la durata dalla rabbia per l’inganno teso dagli invasori e dal sentore dell’imminente cancellazione della cultura di un popolo. Le ritmiche cadenzate e granitiche sono accompagnate da cori tragici ed evanescenti che amplificano l’inevitabile drammaticità della situazione con Quorthon che regala una delle prestazioni vocali più ispirate e ardenti di sempre.
Credo che non ci sia altro di aggiungere ad un disco che continua ad emozionare e “a far scuola” a distanza di vent’anni in cui oltre alla musica è fondamentale la lettura dei testi per poter comprendere a pieno ogni sfumatura di questo lavoro carico di passione, che è riuscito ad elevare le gesta dei Vichinghi a poesia immortale.
autore: Nivehelin