Se "Hammerheart" aveva creato un nuovo genere, il viking metal, "Twilight Of The Gods" ne espande i confini, spostando sempre di più il baricentro musicale verso lidi più squisitamente heavy, mostrando però un nuovo interesse di Quorthon verso la musica classica, esplicitato in maniera chiara attraverso l'uso massiccio dei cori o per l'estrema cura negli arrangiamenti.. Non è un caso che compositori come Wagner, Brahms, o Beethoven, vengano messi tra i ringraziamenti, e la suite dei Pianeti di Holtz "saccheggiata" nella conclusiva "Hammerheart". A livello di liriche, nonostante l'esaltazione dell'era vichinga e dei propri antenati sia il tema principali, pensieri più profondi e personali emergono prepotentemente tra le righe. La stessa title-track, per esempio, è una triste riflessione dell'autore sul crollo della morale ed etica umana.
"Even the gods of countless religions
Holds no powers against this tide
Of degeneration because we have now found
That there is no thrones up there in the sky"
Musicalmente ritengo che "Twilight Of The Gods" sia probabilmente il brano più bello ed intenso mai composto dalla mente di Quorthon. Evanescenti arpeggi di chitarra elettrica fanno da intro al pezzo, per poi esplodere nel main riff, ricco di pathos e potenza. Il brano prosegue poi su delle leggere variazioni della melodia principale, nelle quale si inseriscono la strofa con il successivo ed esplosivo chorus. Sebbene le vocals di Quorthon siano il limite maggiore di questo disco, sulla title-track il Maestro svedese riesce a compiere un piccolo capolavoro. L'intonazione incerta e la tonalità stridula della voce riescono a trasmettere in pieno il senso delle liriche del brano. Inoltre, come non citare la spacconata di basso alla Joey DeMaio nella seconda metà dellla traccia, primo segnale di un influenza che Quorthon renderà evidente anni dopo sul fantastico "Blood On Ice".
Potrei finire qui la recensione del disco, poichè le restanti sei tracce sono delle (fantastiche) variazioni sul tema dell'opener, sebbene la voce spesso e volientieri risulti da codice penale, ed i cori vanno ad appensatire troppo gli arrangiamenti. Per esempio, "Blood And Iron" ha dei riffs spettacolari, un atmosfera di epicità che tante viking bands moderne si sognano, ma delle linee vocali orrende ed un chorus mediocre e banale fatto di un coro pomposo che ripete stancamente il titolo del brano.
Eppure, nonostante i difetti che lo compongono, "Twilight Of The Gods" rimane un disco importante, un ulteriore coraggioso tentativo del Maestro di allargare i suoi (ed i nostri) confini musicali, la perfetta chiusura della trilogia vichinga (e dell'epoca d'oro) dei Bathory.
autore: KarmaKosmiK