Il pensiero di non vedere più in giro gli Aura Noir è passato per la mente di più di un accanito sostenitore dopo la tragica notizia dell'incidente occorso ad Aggressor qualche tempo fa. Mettiamolo subito in chiaro, nessuno può suonare il black thrash attack come la band norvegese, ci sono buone band che si lasciano apprezzare per album di pregevole fattura, ma tutto quello che si trova tra i solchi degli album degli Aura Noir è di livello superiore, e irraggiungibile per quanto mi riguarda.
Nonostante la situazione sfavorevole, Aggressor e Apollyon hanno lavorato in silenzio e nell'ombra per regalarci questo capolavoro a nome "Hades Rise". E non poteva essere altrimenti, visto che reputo i due musicisti due geni totali che non sbagliano un colpo, e sticazzi se il chitarrista Blasphemer non è più della partita, visto che l'ho sempre considerato un semplice mestierante assoldato per mettere in pratica le intuizioni fantastiche dei fratelli dell'Ade.
"Hades Rise" parte da dove si era concluso "The Merciless", ma intraprende una regressione clamorosa che avvicina la band alla scena del passato in maniera ancora più netta. Una produzione secca e tagliente, senza fronzoli e senza artifici, plasma questi 10 pezzi di old school blackened thrash metal che fa impallidere sia per la sua attualità ma al tempo stesso anche per quanto è obsoleto. Di black metal ormai rimane veramente poco, giusto qualche accelerazione di batteria e alcune vocals, per il resto ascoltando questo album parteciperete a un banchetto dove gli unici invitati sono i Motorhead, i Venom, i Voivod e rispettivi die hard fan. Niente evoluzioni, niente novità, niente filosofia: solo del sano e vecchio thrash, e alcune atmosfere sono così old fashioned che in alcuni momenti sembra di ascoltare qualche polverosa band NWOBHM.
Solitamente non mi piace commentare un album canzone per canzone, ma è tale il fomento quando ascolto questo album che non posso non nominare alcuni momenti esaltanti come "Gaping Grave Awaits" (con Apollyon che in pieno delirio esclama "Kill Danny Kill!" e Danny Coralles degli Autopsy parte in assolo), "Schitzoid Paranoid" (follia pura), "Unleash The Demon" (fottutamente sulfurea), "Shadows Of Death" (una marcia funebre thrash) e "The Stalker" (roba da headbanging furioso, corna al vento e cori da stadio). Il resto non è da meno, e non riesco più a contare quante volte ho premuto play una volta finito il disco. Come già detto, la produzione è perfetta per questo stile, l'esecuzione è semplice, lineare, precisa ma al tempo stesso gustosamente grezza, le strutture sono di una semplicità estrema e non potrebbe essere da meno. Ovviamente ci possiamo scordare quelle parti di batteria fuori di testa tipiche dello stile di Aggressor, ma Apollyon si comporta egregiamente dietro le pelli, ed entrambi svolgono un lavoro sopraffino sia alle chitarre che alla voce: sembra di sentire due matti che, dopo avere fumato una stecca di Lucky Strike e ingerito una boccia di Jack, urlano in un microfono in pieno delirio celticfrostiano. Il collage di foto interne e i titoli (peccato per i testi non presenti nella confezione) sono l'ultimo tassello di questo lavoro irriverente, bastardo, sporco e marcio.
Uno dei dischi dell'anno per il sottoscritto, senza ombra di dubbio. Potrei consigliarvi di lasciar perdere le elucubrazioni filosofico\musicali di certi personaggi in favore di questo piatto di merda calda e gustosa, ma se non ci siete ancora arrivati da soli non meritate l'aiuto di nessuno.
autore: Ceska Zurivost
CREW'S TOMBSTONES
Zorn
[...] La traccia “Unleash The Demon” vi pelerà il culo. Stop.
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